buendiainfestaCi capitai per caso, molti anni fa. Poco prima che i quaranta reclamassero il conto, costringendomi a tirare le somme. Ma i calcoli, quando li fai sulla tua pelle, non tornano mai. Si sa. Ci passai per caso. Del resto era l’unica cosa viva in un’assolata domenica agostana, alle due del pomeriggio, a Piazza Mediterraneo. E io avevo bisogno d’aiuto. Lo chiesi a due ragazzi che, in un gazebo, armeggiavano dentro una cassetta d’attrezzi, stringevano bulloni, spostavano da qui a lì cose, mentre altri si tuffavano in un bicchiere di birra, recuperato allo stand del bar. Moreno aveva i baffi e forse la mia età, Michele era giovane giovane. Mi spiegarono il perché fossero lì. Una festa di un’associazione o una cosa così. Non li ascoltai. Volevo parlare io. Un gatto, biascicai. E’ rimasto intrappolato nel cubo di cemento e sporcizia che dovrebbe essere la piscina. Si divisero i compiti: Moreno, a guardia dei beni, delle vettovaglie, degli impianti; il ragazzo giovane giovane, in missione animalista. Impiegammo un bel po’ di ore, di telefonate, di accidenti e di lacrime, ma alla fine riuscimmo a liberare quel poveretto di micio.

Quando gli spalancammo le porte, scappò come un fumetto e non si fece prendere. Chissà quanta fame doveva aver sofferto! Ci scrissero pure un articolo sul Centro. E se fossi un tipo che organizza i suoi ricordi nei cassetti, lo ritroverei da qualche parte. Quella sera a cena ci portai mia madre e mangiammo i tacconi con ceci e cozze più buoni del mondo. Così la festa di Buendìa entrò nelle abitudini estive. Un appuntamento fisso che colorava le serate pigre e afose. Erano gli anni d’Essai, del film Blu di Kieslowski, del gelato da finire in fretta, dell’ozio e delle chiacchiere conquistati su una panchina della piazza, all’uscita dal cinema Asterope. Mia madre aveva un debole per quella piazzetta e di sera ci passeggiava con nostro nipote bambino. Oggi alcune cose sono cambiate. Altre No. Alla festa di Buendia, quest’estate, a spillar birra, allo stand del bar, cisono stata anch’io. Il cinema è chiuso da qualche anno e non riaprirà. L’Asterope è diventato un grigio parcheggio a strisce blu. Temporaneo, dicono. Vedremo. La Piscina è funzionante e frequentata. Michele si è sfilato. Moreno conserva i baffi e le energie. I tacconi ceci e cozze sono ancora i migliori del mondo. E il sorriso biondo azzurro di mia madre lo vedo, anche se non c’è più.

Daniela Amati da Primo Foglio n.4, ottobre 2016