Il 27 luglio 1888, Gabriele d’Annunzio manda alla Tribuna, da Francavilla al mare, questa corrispondenza intitolata La sirena, firmandosi con lo pseudonimo il Duca Minimo.

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Un tempo, sul colle solatìo, per dove ora discende Francavilla a simiglianza d'un gregge e digradano i pingui oliveti, era una deserta aridità di rupi, di sabbie, di ghiaie. I torrenti selvaggi, nella stagion delle acque, precipitavano al mare con furore e fragore trascinando gran pietre; il sole, nella lunga canicola, fendeva le selci infeconde e dava la vita a serpi innumerabili; le serpi, uniche abitatrici, avevano assidua guerra con gli sparvieri del cielo. In cima della più alta rupe protesa sul mare, viveva in solitudine e in santità il monaco Franco.

Sotto la rupe si profondava una caverna mistica. Un sentiere, scavato nel sasso, conduceva in quel luogo segreto. Il monaco ivi pregava e meditava, o ascoltava le terribili voci dell'abisso. In tempo di fortuna, tutta la profondità tuonava come un inferno; le onde entravano e sparivano come in una bocca insaziabile; pareva che la caverna bevesse l'intero mare.

Franco vinceva, nella ferocia de' suoi martirii cotidiani, ogni altro anacoreta. Egli si nutriva soltanto di erbe amare, da così lungo tempo che la sua voce n'era mutata ed aveva un suono non più umano. Quando più forte fìammava il sole, egli si metteva in ginocchio sul culmine dell'eremo, con le braccia aperte in segno di adorazione, con il capo ignudo; e rimaneva immobile sotto l'implacabile ardore, perduto nell'estasi, abbacinato. Talvolta, per mortificare la carne, si lacerava crudelmente alle asperità della rupe; tutto sanguinante scendeva sul lido a raccogliere il sale; e metteva nelle vive ferite il sale mordace. Talvolta anche discendeva in una buca profonda, dove brulicava un popolo di serpi; ed ivi passava la notte, sentendo sul corpo il freddo orrore di quelle spire e di quelle bave. Ma, quando n'esciva, le serpi lo seguivano, come un gregge mansueto.

Era l'estate. Una notte il monaco udì, nel silenzio dolce della luna, tre alti gridi che lo chiamavano.

— Franco ! Franco ! Franco !

Egli si pose in ascolto, dubitando. Tutte le rupi e le sabbie in torno biancheggiavano all'albòre. Il mare era in calma; e or sì or no lampeggiava da lungi e da presso.

— Franco! — gridò ancora la voce, nel silenzio. E parve che il grido partisse dalla caverna inferiore.

Il romito trasalì.

— O Gesù mio signore, guardatemi voi ! — egli disse, rivolto ai cieli rilucenti. E discese pel sentiere.

La caverna era deserta, come sempre. L'ombra eravi così trasparente ed azzurra che pareva più tosto una luce generata da uno un zaffiro. L'onda bagnava il lembo, con un mormorio leggero. L'odor della salsedine aveva una freschezza novella, sembrando escire da un qualche bosco fiorito nelle valli del mare.

— Chi mi chiama? — chiese Franco, volgendosi in torno, con un turbamento non mai provato.

— Ama — rispose l'eco, sommessa. Il mormorio dell'acqua parve mutarsi in risa alte e canore.

— Chi mi chiama? — chiese di nuovo il monaco, con voce più forte, per vincere la sua trepidanza.

— Ama, ama, ama — rispose l'eco. Le risa si moltiplicarono per l'ombre tortuose. Due occhi scintillarono al fondo come due astri.

Un alito caldo si effuse nell'umidità. Una bocca feminea s'aperse come una rosa; poi sparve, poi riapparve.

— Vuoi una donna? Un tesoro? Una coppa che riluce?

I sospiri, i susurri, le voci sommesse avvolgevano il romito.

— Vuoi un corpo freddo come la pelle dei serpenti? Grandi occhi neri, più cupi delle caverne mistiche? Braccia bianche, più flessuose di qualunque spira?

Un' imagine luminosa tremolò nell'acqua, si confuse col raggio della luna, si perse rapidamente. Una lunga chioma attraversò l'aria, come una fiamma; sfiorò il volto del monaco; gli lasciò nelle nari un profumo tenace.

— Dormiremo su cuscini più molli delle nuvole; mangeremo frutti pieni d'una polpa succulenta; beveremo nella scorza de' frutti un vino più fragrante d'un aroma. Vieni, vieni, vieni !

II cristiano teneva le mani in croce sul petto, tutte le membra raccolte, il capo chino.

— O Gesù mio signore, guardatemi voi !

— Vieni, vieni, vieni ! Ecco le mie braccia. Tu discoprirai sulla mia persona una moltitudine di misteri.

— O Gesù, liberatemi !

— Vieni !

L'imagine feminea rifiorì nel solco mobile della luna. Le risa squillarono su l'acqua, creando lunghe collane di perle che brillavano e si scioglievano in un attimo; poi tacquero. L'imagine sparve nel solco; il silenzio rioccupò i luoghi; tutte le cose ripresero la prima apparenza. Il romito lodò il Signore.

Ma dopo quella notte d'insidia, Franco non ebbe più pace. Tutte le notti la Sirena appariva a fior del mare, ridendo e cantando e protendendo le braccia. Tutte le notti ella aveva parole più perfide, offerte più lusinghevoli, blandizie più vaghe, attitudini più voluttuose. Emergeva d'improvviso, mentre il cristiano era nella penitenza; e gli turbava le preghiere. Il suo canto aveva una dolcezza così profonda che penetrava anche in quel cuore fasciato di castità, cerchiato d'amor divino.

Inutilmente Franco, in ginocchio sul culmine della rupe, si batteva il petto, si straziava il costato, per rimuovere la nemica dolcezza. Inutilmente moltiplicava i digiuni, le orazioni, i cilizii, le battiture. A poco a poco, per virtù della malìa pagana un languor dilettoso gli invadeva la misera carne macerata e gli correva per le midolle inaridite.

Scendeva egli nella fossa delle serpi; e, tra l'orrore delle strette serpentine, aveva nelli orecchi la lusinga.

— Vuoi un corpo freddo come la pelle dei serpenti? Braccia bianche, più flessuose di qualunque spira?

Si esponeva egli all'arsione del sole, in sul sasso torrido, con le fauci infiammate dalla sete; e, mentre le carni gli cuocevano su le ossa, aveva nelli orecchi la lusinga.

— Mangeremo frutti pieni d'una polpa succulenta; beveremo nella scorza de' frutti un vino più fragrante d'un aroma.

Si stendeva egli su le acute punte della rupe; e, mentre il sangue gli scorreva dalle ferite, aveva nelli orecchi la lusinga.

— Dormiremo su cuscini più molli delle nubi. Egli non aveva più forza. Non preghiere né penitenze valevano a rompere la malìa pagana. Il bel mostro, a mezzo del mare, cantava e rideva. Rideva e cantava; ed ogni suo guizzo, movendo l'acqua, svelava nel profondo lembi d'un reame favoloso.

— Vieni, vieni, vieni!

Il cristiano sentiva l'anima sua perdersi.

— Vieni ! Ecco le mie braccia. Tu discoprirai su la mia persona una moltitudine di misteri.

Il cristiano chiamò in aiuto Cristo Gesù, con un supremo grido di passione. E il Salvatore mandò nel pericolo Santa Liberata con una galéa.

Rideva e cantava la Sirena, presso alla vittoria, quando apparve sul mare la galéa di Santa Liberata, con vele rosse crociate, con il Sacramento su la prora, con fiamme mirabili in cima delle antenne. Un arcangelo stava al governo. Otto angeli facevano corona alla Eletta. La Eletta splendeva assai più della luna. E la galéa paradisiaca, spinta dai vènti del cielo, navigava rapida e sicura verso l'eremo di Franco.

L'eremita, in ginocchio, attonito, guardava il miracolo della sua salvazione.

— Il Signore è teco — gridò Santa Liberata all'estatico. E quel semplice verbo empì tutta l'aria d'una musica non mai udita, più dolce e più possente d'ogni canto pagano — Il Signore Iddio nostro è teco!

— Sia laudato il Signore — rispose Franco, levando ambo le palme, con trasporto d'amore immenso. — Sia laudato il Signore, ne' secoli de' secoli !

— Amen — cantò il nocchiere arcangelo, ergendo. E gli otto angeli in coro cantarono:

— Amen !

Quindi gli otto angeli incatenarono la Sirena in van guizzante e plorante. E l'ancella del Signore trasse dietro la sua galéa il mostro incatenato, mentre gli angeli davan fiato alle trombe mistiche, tra l'esultanza delle aure, tra l'allegrezza delle acque.

La gloriosa nave giunse al lido ; ove l'anacoreta attendeva prostrato, in atto di adorazione.

Disse a lui Santa Liberata, prima di por piede in terra :

— Sorgi, o Franco. È riconosciuta in cielo la tua santità. Loda il Signore !

E San Franco sorse.

 Come l'eletta pose il piede in terra, tutta la contrada fiorì a somiglianza d' un paradiso. Le rupi aspre assunsero molli forme di poggi e si copersero di verdura. Dalle sabbie germogliarono le viti in abbondanza e si abbracciarono agli olmi. Sorsero per ogni dove gli alberi fruttiferi e s'incurvarono sotto il peso de' frutti. Cento scaturigini limpide e gelide ruppero dalle alture e abbeverarono le radici prosperanti. Le serpi si cangiarono in tronchi fronzuti, e gli sparvieri in colombe.

Disse a San Franco la messaggera di Dio :

— Questo è il tuo dominio. Chiama a te le genti e loda il Signore.

Quindi risalì sulla galéa, tra 'l coro delli angeli. Il nocchiere aligero dirizzò il timone ad austro; le vele si gonfiarono d'un'aura soprannaturale; le antenne fiammeggiarono; e Santa Liberata navigò pel mare soave, pur sempre traendosi dietro incatenata la Sirena moriente.

Allora San Franco chiamò le genti nel suo dominio benedetto; le ammaestrò nella dottrina di Gesù Cristo e nell'arte di coltivare la terra; divise equamente il suolo e le fonti; moltiplicò gli alberi e gli animali.

 E a poco a poco sul colle felice sorsero case, e le case divennero un borgo, e il borgo divenne una città; e la città si nominò Francavilla, in gloria del patrono. E per virtù del patrono, la città molte volte fu salva dalli assalti dei Saracini e dalle scorrerie dei corsali.

Questa è la leggenda.

Ora, gli alacri cittadini di Francavilla, volendo a simiglianza di San Franco chiamar le genti nel loro giocondissimo paese e volendo ornare la spiaggia d' un edifizio destinato ai molteplici piaceri estivi, han pensato di rinnovellare la memoria della Sirena lusingatrice, con una suntuosa forma di arte.

Antonino Liberi, un giovine architetto innamorato delle fiorite magnificenze del Rinascimento, prosecutor conscienzioso delle più belle tradizioni italiche, fedele alle pure leggi della euritmia antica non senza arditezza d'innovazioni, ha compiuto l'edifizio. Il quale è stato inaugurato in questi giorni e intitolato alla Sirena, con suoni, con danze, con fuochi, con ogni sorta di allegrezze e con grande concorso di dame.

Sorge alla riva del mare, tra i pini maritimi, aperto all'aria ed alla luce su agili colonne di pietra, armoniosamente. Le sale sono ampie e profonde; le scale si svolgono con libera eleganza; le logge portano balaustri scolpiti ; la sommità delle finestre è ornata di bassorilievi mitologici; da per tutto ricorrono ornamenti di pietra, disegnati e scolpiti con gusto raro; su l'alto della principal facciata una Sirena regge lo scudo di Francavilla, ov'è una torre e una galèa; la loggia media è coronata di statue di bronzo, che figurano Amori, ignudi ed armati di tridente, cavalcanti i bei delfini ricurvi ; i simboli del mare appariscono, in tutti i fregi, intrecciati alle alghe, misti ai tritoni grotteschi con molta vigoria e molta grazia di stile.

Innanzi all'edifizio è una fontana, di chiare fresche e dolci acque, a pochi passi dall'amaro sale; e lo zampillo altissimo, ai capricci del vento, sparge di rugiada un prato decameroniano.

In torno, è il meraviglioso paradiso che fiorisce sotto il piede di Santa Liberata quando ella escì dalla galea trionfante. E le donne cantano:

Quest'è lu lòche de l'amore;

C’è nnate l'erbe de la cundendèzze!